Figure femminili del lavoro in Brianza: le filandere
In Brianza, dal ‘500 fino al periodo tra le due guerre mondiali, l’attività manifatturiera più importante era quella relativa al baco da seta e al filato di seta. Nella campagna si coltivavano i gelsi, le cui foglie sono il cibo del baco. Nelle case abitate dagli stessi contadini, i bachi erano allevati con cura, dalla nascita fino alla loro chiusura nel bozzolo formato dal filo che emettevano e attorniavano al corpo. Infine si completava il ciclo produttivo in filanda, dove le lavoratrici, tutte donne di diverse età, sapevano dipanare il filo di seta, dal bozzolo per avvolgerlo sull’aspo.


Ad esempio nella Brianza orientale, già dal 1779 in Pieve di Brivio erano attive 16 filande con 98 fornelli; in quella di Garlate 26 filande con 224 fornelli e in quella d’Oggiono 7 filande con 77 fornelli. I fornelli comprendevano una vasca con i bozzoli tenuti in ammollo nell’acqua riscaldata da un forno a legna. La collaborazione tra attività agricola e manifatturiera nelle campagne brianzole era favorita dalla disponibilità di materie prime e di risorse energetiche, come gli alberi di gelso, la legna dei boschi e la forza dei corsi d’acqua. Inoltre a causa degli scarsi prodotti della terra, il sostegno delle famiglie s’integrava con il lavoro della gelsibachicoltura e quello in filanda. La prevalenza femminile in filanda era dovuta al lavoro, che richiedeva l’abilità delle donne “dotate d’agilità d’occhio e destrezza di mano ” e “mitezza di carattere”, con la facilità di reclutamento e sfruttamento ad un costo minore di manodopera femminile.
Così mentre gli uomini erano impegnati nel lavoro dei campi, furono le donne, comprese le bambine, a produrre il prezioso filato ed a sviluppare l’industria della seta. L’ambiente della filanda era umido, nauseante e malsano, perché i bozzoli erano tenuti in bacinelle d’acqua molto calda. La giornata di lavoro era lunga quanto durava la luce del giorno. Per alleviare la fatica le donne cantavano senza perdere attenzione alle fasi di lavorazione. Il repertorio dei canti è numeroso perché ricorda diverse fasi, dalla raccolta delle foglie di gelso fino ad esprimere la dura vita delle donne in filanda.
Claudio Ponzoni
Figure femminili del lavoro in Brianza: le merlettaie
La lavorazione dei merletti a fuselli ha rappresentato per secoli un’attività molto diffusa nel territorio di Cantù. Gli storiografi ottocenteschi infatti descrivono l’economia canturina con la sintetica definizione “far brochette e merletti”, identificando nel binomio fabbricazione dei chiodi (appunto le brochette) e dei merletti gli elementi portanti del piccolo artigianato locale. Come è specificato in un documento del 1776, entrambe le attività venivano praticate «se mancano delle occupazioni proprie dell’agricoltura, lavorando indefessamente gli uomini a fare stacchette, ossia brocchette, e le donne anche di tenera età a fabbricare merletti grossolani i quali nel commercio di fuori si chiamano pizzi di Cantù».
Risalta con chiarezza il collegamento tra i ritmi discontinui del lavoro contadino nelle campagne, con le lunghe pause obbligate dei mesi invernali, e la capillare diffusione di mestieri che possono essere svolti a domicilio nei tempi liberi da altre pesanti e più urgenti occupazioni, tra le quali per la donna sono comprese la maternità e la cura dei figli.Tale caratteristica, se ha assicurato la continuità della lavorazione artigianale dei merletti ha contribuito anche a determinarne il carattere “sommerso” e a rendere difficile la ricostruzione della reale diffusione di questa tipica attività femminile. Così, se gli studi storici dedicati al “pizzo di Cantù” (come è sempre chiamato in ambito locale il merletto) possono contare su un numero discreto di fonti relative alla distribuzione commerciale e alle caratteristiche tecnico-esecutive e ornamentali, le notizie sulla figura professionale della merlettaia sono molto scarse specialmente per i secoli più lontani.
Sappiamo che nel Canturino la lavorazione del merletto a fuselli è stata introdotta in un periodo compreso tra la seconda metà del Cinquecento e il Seicento e che tale attività si è protratta con alterne fortune sino ad oggi, raggiungendo fama e fortuna nel Novecento. Durante la prima metà del XX secolo, infatti, vengono realizzati gli esemplari più importanti e preziosi come tovaglie, tende, copriletti che rendono noto a livello mondiale il pizzo di Cantù: il suo stile “tipico”, caratterizzato dalla presenza di alcuni punti (in particolare il “punto Venezia”) e da un decoro elaborato realizzato con grande perizia, ben soddisfa le richieste di un mercato di lusso attratto da prodotti artigianali la cui riconoscibilità diventa garanzia di qualità. Quasi nulla invece è rimasto riguardo alle generazioni di donne che hanno eseguito i merletti poiché il loro silenzioso lavoro domestico ha lasciato pochissime tracce nei documenti ufficiali: non sappiamo i loro nomi come sempre accade nella pratica artigianale, ma ben poco è ricostruibile con certezza anche dal punto di vista storico e sociale riguardo alla loro formazione e alle condizioni di lavoro, come pure sotto l’aspetto della cultura materiale riguardo all’evolversi degli attrezzi e delle tecniche di lavorazione. Rimangono ovviamente i prodotti del loro mestiere a testimoniare una grande abilità esecutiva, che per l’area di Cantù è documentata con certezza da manufatti databili a partire dal tardo Ottocento.
I segreti tecnici dell’arte del merletto sono sempre stati tramandati in ambito domestico da donne di famiglia o da maestre. Queste ultime figure, documentate nell’Ottocento e all’inizio del secolo successivo ma quasi certamente attive anche nei secoli precedenti, organizzavano presso la propria abitazione una sorta di scuola-laboratorio nella quale insegnavano a pagamento alle giovani. Fornivano loro filo e cartine (la base per il lavoro da applicare sul tombolo, costituita da un cartoncino con la traccia del motivo già forata per fissare gli spilli attorno a cui fermare i fili), e poi vendevano ai mercanti i semplici pizzi a metraggio realizzati dalle allieve.

Una volta completata la propria formazione la merlettaia non aveva una corporazione professionale cui iscriversi per difendere gli interessi di categoria e garantire la qualità dei propri manufatti, come avveniva invece per la maggior parte delle attività artigianali e commerciali tra Quattrocento e Settecento (ad esempi per ricamatori e ricamatrici). Non va però dimenticato che perlomeno in ambito italiano le donne non erano quasi mai accettate nelle corporazioni di mestiere, cui erano invece obbligati ad associarsi gli uomini, sia i maestri (coloro che esercitavano attività autonoma in bottega o presso la propria abitazione) sia i garzoni o lavoratori salariati.
L’assenza di documenti inerenti all’organizzazione professionale impedisce tra l’altro di quantificare esattamente l’effettiva diffusione dell’attività di merlettaia e di valutarne le modalità di lavoro, che in genere venivano accuratamente descritte negli statuti delle corporazioni di mestiere. Il ruolo cardine in questa organizzazione è sempre stato esercitato dal mercante, che forniva alle lavoranti filato e cartine e vendeva il prodotto finale. Il compenso ricevuto dalla merlettaia era legato alla quantità di prodotto eseguito, su cui influivano l’abilità e il tempo libero ma anche la complessità e la novità del motivo da realizzare. Infatti la conoscenza di un decoro e la sua continua ripetizione contribuiscono sicuramente a diminuire le difficoltà esecutive e ad aumentare invece la velocità di realizzazione.
I mercanti naturalmente osteggiavano tentativi di organizzazione autonoma femminile nella vendita per trarne maggiori guadagni. Ad esempio, abbiamo notizia che a Venezia all’inizio del Settecento un gruppo di merlettaie che commerciavano autonomamente in città i propri manufatti venne denunciato dai mercanti alle autorità cittadine, per ribadire il divieto alle donne di esercitare la pubblica mercatura.
L’ambito nettamente “chiuso” entro il quale veniva svolto il mestiere delle merlettaia comprendeva non solo le case ma anche i monasteri. Ad esempio è documentata nel Seicento e nel Settecento la consuetudine delle monache benedettine di clausura del convento S. Maria a Cantù nella manutenzione e nell’esecuzione della biancheria e delle vesti liturgiche di numerose chiese della zona: è quindi probabile che le religiose producessero anche i merletti usati per ornare i parati sacri. Nonostante tale contesto di lavoro l’attività della merlettaia non comportava necessariamente un silenzioso isolamento della donna, poiché spesso veniva svolta in gruppo come accade ancor oggi: un’occasione per parlare, raccontare storie, scambiare consigli tecnici o anche passarsi il tombolo con il lavoro avviato per realizzare opere collettive quali ad esempio importanti manufatti da donare alle chiese in segno di devozione. L’apporto di mani diverse è riscontrabile a un’osservazione attenta nel variare della tensione dei fili e, talvolta, anche nella diversa coloritura che il filato ha assunto a contatto con l’umidità di differenti dita.
Il mestiere della merlettaia conserva le medesime caratteristiche nell’Ottocento e nel Novecento. Permane il sistema tradizionale di trasmissione del sapere ma ad esso si affianca una diversa possibilità di formazione professionale con la presenza tra il 1888 e 1964 della sezione di merletto presso la pubblica Scuola d’Arte Applicata all’Industria di Cantù, che viene
fondata per potenziare la parte progettuale del pizzo tramite l’insegnamento del disegno e quindi per formare una manodopera più adeguata alle nuove richieste del mercato. Anche la mancanza di un coordinamento tra merlettaie si protrae e si perpetuano problemi quali la scarsa forza per le rivendicazioni salariali, divenute sempre più difficili in un sistema produttivo ampliatosi notevolmente in senso imprenditoriale dalla fine del ‘800, quando emergono poche manifatture che accentrano la produzione canturina di pizzi.

Nella ricostruzione della figura storica della merlettaia tanti altri aspetti rimangono ancora incerti o indefiniti. Nulla raccontano le fonti scritte sui tempi di lavoro, scanditi come tutte la attività artigianali dai ritmi del giorno e della luce solare, e sulle attrezzature utilizzate che cambiano nelle diverse aree europee secondo modalità di diffusione non ancora studiate: il cuscino può essere di forma cilindrica (come quella in uso nel Canturino) o circolare e poggiare direttamente sul tavolo, sulle ginocchia o su un trespolo di legno; anche il tipo di fusello si differenzia nei materiali (quali legno e osso) e nella forma.
Un’altra assenza da lamentare, in questo caso imputabile anche al desiderio stesso delle merlettaie di non divulgare i propri segreti tecnici oltre che alla scarsissima alfabetizzazione, riguarda la mancanza di fonti scritte che raccolgano tale antico sapere pratico, mancanza comunque costante per mestieri nei quali l’attività manuale è più semplice da illustrare con il fare piuttosto che con le parole. Sarebbe interessante ad esempio apprendere come erano realizzati nei secoli più lontani i vari punti e conoscere la loro nomenclatura specifica, elementi anch’essi variabili in base alle diverse aree geografiche. Per il Canturino nei primi decenni del Novecento iniziano ad apparire studi sul merletto contenenti notazioni sulla terminologia e i punti, in rapporto ad un più generale interesse nei confronti dell’individuazione di una produzione artigianale tipica.
Il silenzio delle fonti scritte è compensato in piccola parte dalle fonti iconografiche, cioè dai dipinti e dalle stampe che diffondono a partire dal tardo Seicento l’immagine della merlettaia, dandole “consistenza” fisica e ambientale. Destinate a decorare le pareti delle abitazioni dei ceti più abbienti, dimostrano una nuova curiosità nei confronti del mondo contadino e illustrano la visione di questa attività attraverso gli occhi estranei ma spesso anche attenti dell’artista. Nonostante manchi una catalogazione delle opere dedicate a tale tema, gli esempi noti consentono di rilevare che tra i secoli XVII e XIX la lavorazione di merletti al tombolo viene spesso ambientata nel mondo popolare, mentre quella ad ago è più spesso abbinata a eleganti gentildonne dedite ad un’attività amatoriale. Si può ritenere che questa sia un’ulteriore testimonianza della prevalente diffusione della faticosa e complessa tecnica dei fuselli nel mondo contadino.
Ad una sequenza di immagini potrebbe dunque essere affidato un altro capitolo della storia delle merlettaie, anche questo tutto da scrivere. La generale mancanza di raffigurazioni relative a Cantù e al suo circondario nel periodo precedente alla diffusione della fotografia rende però difficile tale ricostruzione, per cui è necessario ricorrere a immagini prodotte in aree geografiche vicine. L’esempio più noto è costituito dal dipinto Donne che lavorano a tombolo del bresciano Giacomo Ceruti (1720-30 circa), che appartiene a una serie di tele dedicate agli umili mestieri popolari. L’attento realismo dell’artista evidenzia la giovanissima età delle cinque merlettaie e descrive minuziosamente la loro attrezzatura, costituita da tomboli cilindrici posati direttamente sulle ginocchia. Sopra di essi sono fissate le cartine e le poche coppie di fuselli con cui stanno eseguendo bassi e semplici merletti a filo continuo. La visione ravvicinata scelta dall’artista evidenzia lo stretto legame delle merlettaie con gli spazi chiusi dell’ambiente di lavoro, una stalla o una grande stanza dove si svolge l’attività collettiva delle giovani merlettaie che appartengono probabilmente ad una scuola gestita da maestre, come si è precedentemente accennato. Un’ultima notazione riguarda la presenza di una bambina con un libro in mano, che si può ipotizzare stia leggendo ad alta voce per svagare le menti delle compagne.
Rispetto al naturalismo di questa raffigurazione, sembra più “costruita” una parte delle fotografie scattate nei primi decenni del Novecento a merlettaie del Canturino. Le donne sono sempre sedute davanti a grandi tomboli posati su cavalletti di legno: nelle immagini più antiche sono ritratte in spazi domestici reali come una stanza o una stalla oppure all’aperto nell’aia delle cascine, in altre più recenti sono invece messe in posa e talvolta abbigliate con vesti “caratteristiche” mentre esibiscono il complesso intreccio dei fuselli e le parti del lavoro già eseguito, come simbolo della loro maestria tecnica. Dietro a queste immagini si possono scorgere interpretazioni e finalità diverse: da un lato la volontà di eternare un’attività artigianale in una dimensione rurale concreta ma forse avvertita come già in trasformazione, dall’altra il tentativo di definire la figura “folclorica” delle merlettaie di Cantù per divulgarla come equivalente iconografico del pizzo “tipico” ad uso del mercato.
Marialuisa Rizzini